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5 marzo 2011
vecchi signori e nuovi padroni
Alexis de Tocqueville, nobile francese di ispirazione liberale, oppositore del governo autocratico di Napoleone 3°, scrisse, tra le altre, due opere fondamentali: 'Il vecchio regime e la rivoluzione'; 'La democrazia in America'.
Pur appartenendo all'aristocrazia, non condivideva la politica dell'antica nobiltà di spada così come diffidava della nuova nobiltà nata con Napoleone.
Riconosceva i meriti della nuova classe sociale, la borghesia, che lodava per l'antiautoritarismo e per lo spirito di iniziativa.
Colse tuttavia fin da subito anche le caratteristiche negative del ceto emergente - rapacità, cinismo, insaziabilità - e capì che il popolo non avrebbe fatto una vita migliore rispetto all'antico sistema. Anzi!
A questo proposito scrive in 'La democrazia in America' (1835-1840):
'L'aristocrazia terriera dei secoli andati era obbligata dalla legge, o si riteneva obbligata dai costumi, a soccorrere i propri servi e alleviarne le miserie; l'aristocrazia industriale dei nostri giorni, dopo avere impoverito e abbrutito gli uomini di cui si serve, li abbandona in tempo di crisi alla carità pubblica …
Io penso che nel suo complesso l'aristocrazia industriale, che vediamo sorgere sotto i nostri occhi, sia una delle più dure che mai siano apparse sulla faccia della terra …"
A parte tutte le altre considerazioni, ho spesso riflettuto su queste frasi quando ho visitato, in Italia e in giro per l'Europa, i meravigliosi palazzi, le chiese e le opere d'arte che ci ha lasciato la vecchia nobiltà (papato compreso, naturalmente).
Proprio oggi ho sono andato a vedere la mostra dedicata alla Biblioteca Vaticana: una delle più preziose, delle più fornite e delle più apprezzate del mondo.
E mi è venuto da pensare che la nuova aristocrazia del danaro nata tra 700 e 800 forse non è più dura e insensibile della vecchia nobiltà: sicuramente è più gretta e meno lungimirante.
Molte delle ricchezze di cui i nobili si impadronivano, erano poi trasformate in magnifiche residenze, in capolavori dell'arte pittorica e della scultura.
Diventavano, attraverso il mecenatismo, opere poetiche e preziosi manoscritti.
Nonostante tutti i suoi innumerevoli e gravi difetti, quella nobiltà aveva un respiro cosmico, nutriva aspirazioni smisurate che superavano gli angusti confini dell'esistenza individuale e sfidavano i secoli e i millenni, fin quasi a lambire l'immortalità.
I risultati sono sotto i nostri occhi: sono le meraviglie che allietano i sensi e riempiono il nostro animo di emozioni e sentimenti sublimi.
Volenti o no ci hanno lasciato qualcosa di eccelso che dà sostanza alle nostre esistenze. (*)
Prendiamo i grandi finanzieri, i grandi industriali, tutti coloro che, anno dopo anno compaiono nella lista della rivista Forbes.
Prendiamo i nostri grandi ricchi, gli Agnelli, i Pirelli, i nuovi ricchi alla Berlusconi o alla Briatore: che cosa ci hanno lasciato?
Che cosa lasceranno?
Che cosa trasmetteranno alle future generazioni?
Assolutamente niente.
Se va bene si impadroniranno di uno spicchio delle bellezze del passato e le consegneranno ai loro discendenti.
Per il resto consumeranno tutto il loro denaro, tutte le loro ricchezze nell'oggi o, al massimo, nel domani.
Tutto ciò che realizzano, non arriverà a dopodomani.
Non solo.
Gestiscono i loro patrimoni in modo assolutamente personale, ad esclusivo beneficio proprio e dei propri immediati discendenti.
Non hanno nessun senso del destino, nessuna percezione del loro ruolo, nessuna brama di immortalità.
Soprattutto mancano totalmente della consapevolezza sociale della propria persona e del proprio fare: non sentono di godere di un benessere che, in fondo, è il risultato del lavoro dell'intera collettività, di qualcosa che, per essere apprezzato e ammirato, deve in qualche modo ritornare a vantaggio dell'intera società.
Non capiscono che solo così la ricchezza diventa accettabile, acquista quel timbro che la rende veneranda nei secoli. (**)
Costruire villaggi turistici, acquisire nuovi mercati per i propri prodotti, incrementare in ogni modo i profitti, ingrossare ogni giorno di più la massa monetaria di cui poter disporre …
Questi sono gli unici obiettivi dell'attuale aristocrazia del danaro.
Nessuno rimpiange la vecchia aristocrazia ma la nuova nobiltà …:
che meschinità, che squallore, che povertà spirituale, che miseria morale, che limitatezza di orizzonti, che grigiore, che mancanza di pensiero, di fantasia, di immaginazione … !!!
NOTE
(*)
Faccio un solo esempio: la basilica di S.Pietro.
Tutti avranno notato lo splendore delle opere d'arte, la magnificenza della cupola, la ricchezza dei marmi, la sublime eccellenza dell'insieme.
Qualcuno dirà: ma tutto questo è il risultato di una politica di rapina, è il frutto del sangue delle popolazioni.
E' vero.
Ma quel sudore e quel sangue, almeno, si sono trasformati in qualcosa di eccelso, che nobilita ed eleva le esistenze di innumerevoli generazioni.
Ho accennato a S.Pietro ma avrei potuto parlare della cappella palatina di Palermo, del palazzo ducale di Venezia e via proseguendo con una infinità di altre realizzazioni.
(**)
Si è detto del sudore e del sangue che stanno dentro le grandi opere del passato: ma nelle ricchezze odierne, che cosa c'è?
Cito come solo esempio il film Blood Diamond.
Mostra come tutte le materie prime importanti di cui noi ci serviamo, costano a intere popolazioni sofferenze inaudite: anziché portare benessere alle nazioni che le posseggono, producono miseria, morte e distruzione.
Quel film parla dell'Africa ma potrebbe riferirsi tranquillamente anche all'America Latina, all'India, alla Cina.
Sudore, sangue, morte e miseria per creare ricchezze effimere per poche persone: un dolore immenso che non lascerà alle generazioni future assolutamente niente.